News Pensieri Sparsi

Crescendo Imparerà

socialDue chiacchiere tra le pagine di Social Music Marketing.

Ho iniziato a fare musica nei “favolosi anni ’90”, quando il panorama musicale mondiale veniva travolto dall’onda dell’underground improvvisamente veicolato nei canali del mainstream. Poi come puntualmente accade in tutti i fenomeni storici quest’onda ha perso tutta la sua energia. Io smisi di suonare per ben 15 anni, al mio ritorno sulle scene ho trovato un mondo completamente stravolto.
Le chitarre avevano smesso improvvisamente di gracchiare, da più parti risuonavano come i rintocchi di campane a morto frasi inquietanti: “Il rock è morto”.
Molti che erano stati travolti e si erano ubriacati in questo bagno rigeneratore, nato dalle ceneri della rivoluzione post-punk, che facevano surf spericolato sulle onde della new wave, che si erano fatti travolgere dalla malinconia arrabbiata del mondo indie, tutti costoro improvvisamente avevano perso la direzione, smarriti, sviliti.
E allora per dare un canale di sfogo alla rabbia che conservavano dentro molti hanno intrapreso le vie tenebrose e inquietanti del metal, perdendo però quella componente squisitamente indie, di malinconica e per certi aspetti nichilista visione della vita. Ho sempre considerato il mondo metal, non per forza a ragione, come inquinato di una componente di misoginia.
Per me da sempre spirito triste, lamentoso, malinconico, che era cresciuto cullato dagli spasmi sonori e disperati di Lou Reed o dal sognatore Bowie, e che nei favolosi anni 90 aveva abbracciato con convinzione la causa disperata del punk rock, che aveva seguito senza esitazione il delirio mistico di Surfer Rose dei Pixies, producendo inediti che rievocavano le strazianti distorsioni di Black Francis, tornare a lavorare nella musica mi è stato particolarmente difficile.
Ho trovato attorno a me il deserto.

Roberto Andreani Concordo, addirittura ora, a leggere in giro, si parla della chitarra elettrica come “morta”, leggende di un tempo che suonavano la chitarra e portavano avanti il rock non sono più idolatrati dalle nuove generazioni. La musica che si produce ora e che per forza di cose le nuove generazioni seguono, è sia un’evoluzione, sia uno stravolgimento di quella di un tempo, solo elettronica, senza strumenti “veri” e poco varia. Per chi fa musica come una volta, con chitarre, basso e tastiere è faticoso emergere. Il discorso poi è lungo e complesso, magari ci torniamo su discutendone nel gruppo. 

Credo che i nuovi poeti dannati oggi, che rappresentano modelli maledetti per le generazioni nuove siano rappresentati dagli artisti del panorama hip hop, e non credere che sia un problema italiano, in verità questo fenomeno è ben presente e consolidato anche in America. Basta guardare le top list di spotify americane per rendersene conto.
E’ un periodo buio per il rock, e non solo, non credere. Anche per il pop che gira nel mainstream italiano. Le classifiche italiane sono piene di gente alimentata dalla potenza mediatica delle major nostrane, ma poi non hanno la capacità di riempire un palasport.
Se la suonano e se la cantano tra di loro.
Il mondo rock italiano se si esclude qualche caso come Vasco Rossi che vive di rendita sul suo passato, il mondo indipendente rock italiano, è rappresentato da fighetti per lo più attempati figli della borghesia, che hanno perso la carica rabbiosa dei rocker del passato.
L’indie italiano per lo più ruota attorno ad alcune circostritte etichette indie che hanno abbracciato senza se e senza ma la strada del cantautorato italiano infarcito di synth.
Garrincha dischi e pochi altri si sono creati un circolo di artisti di stampo cantautorale – elettronico (Motta, Thegiornalisti, Stato Sociale, I Cani etc…) e anche loro coltivano il loro piccolo giardino, con la loro rete di Live Indie nei locali di tendenza italiani.
Il problema di fondo io credo sia che nessuno ha la capacità i mezzi e i canali per guardare nel panorama underground mondiale. Se i Rolling Stones diventarono a suo tempo gli Stones, fu perché seppero guardare oltreoceano e scoprire Muddy Waters.
Oggi nessuno sa cosa succede nell’underground in giro per il mondo.
Non c’è neppure più MTV che fa da apripista a questo mondo.
Il piccolo mondo degli artisti indipendenti che si autoproducono in italia lo vedo molto autoreferenziale. Dice bene Gabriele Aprile quando afferma che tutti si autoproducono e si mettono a fare spamming nelle piattaforme social, senza una strategia, senza un’idea di come effettivamente fare sia pur un lieve progresso nella propria carriera.
Manca la capacità di fare rete.
Poco fa ho fatto l’esempio di Garrincha dischi, che hanno creato attorno a loro un circolo ben definito di artisti con uno stile ben delineato.
Mi piace immaginare che in Italia possa diffondersi questo sistema, di piccole, microscopiche label, che raccolgono intorno a sé gruppi che hanno una identità, e che rappresentino un “movimento” di quella label.
Questo consentirebbe di darsi una struttura, con un produttore, un direttore artistico.
Il problema più grande credo sia che ciascuno si fa il suo EP senza che abbia la possibilità di avere un supervisore, uno che si intenda di musica, che sa come va il mondo della musica, e che dice al gruppo quale direzione prendere, come migliorarsi, come cambiare qualcosa, come aggiungere qualcosa, in suoni, testi.
Che aiuti un gruppo a entrare in una corrente.
Tanti gruppi, anche talentuosi, partono che si considerano rockers, ascoltano Rammstein, poi decidono dall’oggi al domani di fare un inedito, e tirano fuori una canzoncina alla Negramaro, con strofa ritornello assolo e ritornello finale.
Sono tutte fotocopie l’uno dell’altro, pensano di essere i depositari della verità assoluta, e i custodi dei segreti dell’arte della musica, e spammano senza ritegno pensando che chi non mette mi piace non capisce di musica.

C’è della buona musica in giro ma senza rete ciascuno rimane confinato nel proprio micromondo.

Concordo. Non parliamo poi dell’inquinamento, non solo di genere, ma anche di qualità: tanti si autoproducono e tirano fuori cose inascoltabili anche per quel che riguarda la qualità audio. Musica che non passerebbe neanche l’ispezione tecnica per essere trasmessa in radio FM. Tutta questa musica trova posto online e sulle piattaforme di streaming come Spotify & co. e spamma il panorama soffocando la visibilità della musica che merita. Gabriele Aprile che ne pensi?

Io guardo a quello che accade in America. Tutta la rivoluzione punk americana, seguita a quella nata in UK, si è sviluppata attorno ai college e alle radio universitarie. I gruppi si autopromuovevano a Boston come accade oggi in Italia, ma seguivano una corrente.
C’erano dei locali di tendenza dove suonavano i loro brani, non covers e tribute band, spesso per una cassa di birra. Imbastivano fanzine che distribuivano loro, e poi trovavano un produttore che li aiutava a crearsi una identità in quella determinata corrente musicale.
In Italia un gruppo rock, si autoproduce, una DAW si può mettere su con un pc, non ci vogliono investimenti proibitivi.
Poi quando ritiene di aver raggiunto un livello minimo si guarda in giro per fare una registrazione professionale.
Ma questa registrazione e il mastering che ne segue ha completamente snaturato il brano. E’ diventato un brano come mille altri, è un prodotto standard che si sente forte e chiaro, ma che proprio per aver perso l’energia che aveva dentro lo studio e l’idea musicale stessa del gruppo, ha perso pure l’anima, quel tocco, quei secondi iniziali che spingono l’ascoltatore a dire… aspetta… questo brano merita di essere ascoltato. Con un altro investimento di qualche migliaio di euro trovi una pseudo etichetta che in cambio di soldi ti parcheggia nelle piattaforme di streaming. Tutto si esaurisce li.
Manca una figura fondamentale, che è quella del produttore. Noi in italia lo confondiamo spesso con lo studio engineer, ma è una cosa molto diversa. Il produttore va visto come un mecenate della musica, che diventa parte integrante del gruppo, che sa cogliere nelle registrazioni in studio il mordente del gruppo, l’anima della loro musica. Questo non può essere certo il proprietario di uno studio di registrazione, che lavora al tuo pezzo per soldi, che probabilmente non gli piace neppure il tuo pezzo.
Io credo sia meglio una registrazione di una demo in studio con due microfoni piuttosto che un brano registrato professionalmente ma senza anima, come ce ne sono a centinaia in giro.
Un produttore non può essere nemmeno uno del gruppo o il gruppo stesso, perché sei troppo coinvolto, non riesci più ad avere l’orecchio di un ascoltatore esterno. Se i pezzi li hai fatti tu è chiaro che per te sono bellissimi, non potrebbe essere altrimenti, altrimenti non li faresti.

Bisognerebbe tornare a far musica per il gusto di far musica non per i soldi. Non potrai mai fare soldi vendendo i tuoi ascolti su spotify, perché umanamente è impossibile raggiungere un numero di ascolti tale da far diventare reddito la tua presenza su spotify. Fare musica per amore, suonare nei locali giusti per una cassa di birra, ma darsi una strategia, lavorare per far crescere sempre di più la tua fan base, questa è la chiave e l’unica via secondo me.
Più gente ascolta il tuo brano nei live, ovunque, ma non un ascoltatore “costretto” ad ascoltare il tuo brano, ma un ascoltatore disinteressato, e più crescerai.
Un ascoltatore spammato odierà il tuo brano.
Far ascoltare tanto la tua musica, gratuitamente, e toccare con mano se l’ascolto genera consenso, se non genera consenso cambiare direzione, cambiare qualcosa, sia esso il suono della chitarra, sia il messaggio il testo, aggiungere o togliere qualcosa e nel frattempo crescere.

 

In America si sa benissimo cogliere la differenza della scena di Boston, di Seattle o di Los Angeles, ogni ambiente ha un suo timbro specifico, e quell’ambiente ti indirizza verso quella corrente, in modo quasi inconsapevole, alla stessa maniera di come negli anni ’60 la gente che voleva fare blues si trasferiva a Chicago, vivacchiando e assorbendo quella cultura. Suonando pure per strada per farsi ascoltare.
Da noi è tutto frammentato, e senza direzione.

Un produttore che segue un roster di gruppi darà a quei gruppi un’impronta, uno stile che caratterizzerà quella label e quei gruppi, diventerà un marchio che gira, una corrente di pensiero. Far mettere le mani a un produttore che produce generalmente musica pop melodica, sul tuo brano psychedelico io credo che sia pura follia, finirà per ucciderlo, te lo snaturerà.

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